Autoinvasione
Una confusionaria, breve confessione di un pendolare, fisico e mentale
Lo so, è surreale, ma tutto avrà un senso, promesso.
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Ciao!
Spero tutto bene, questa lettera sarà un po’ diversa dal solito: niente intro, niente outro, niente musica e niente immagini.
Siamo solo io e te.
Vorrei parlarti di un nuovo sentimento che il mio amico Lucabrando Sanfilippo mi ha aiutato a coniare attorno alle 10:00 della mattina di venerdì 6 marzo 2026: l’autoinvasione.
Sono stati mesi intensi, il nuovo anno ha portato nella mia vita una ventata di novità e persone fresche, animate, interessate, ricche di energia e luce rara.
Quasi tutte più giovani di me.
Questo mi ha fatto sorgere infinite domande, sia sul modo in cui ho condotto la mia vita fino a questo momento, sia su come ho intenzione di condurla di qui in avanti, sia sulla mia reale capacità di dare loro qualcosa di reale valore, e ha fatto emergere così tanti pensieri, così tante immagini… una fittissima cortina di stimoli si è calata su di me, e ho dovuto trovare il modo di gestirla nel mio quotidiano, spesso fallendo miseramente.
Ho bisogno delle parole giuste per poter descrivere come mi sento e cosa penso, identificare la prima crepa del problema e da lì espandere, scoprirlo e risolverlo, eppure in queste settimane, pure sull’onda dello stupore e dell’entusiasmo, mi sentivo come in terra straniera, incapace di esprimermi.
Oltre a incontrare la bellezza nelle persone, ho iniziato ad allenare il mio sguardo camminando per le città, sforzandomi di trovare la bellezza nei dettagli dei luoghi che spesso fanno da sfondo alle nostre vite, e che quindi trascuriamo: le porte delle case, i balconi, le decorazioni delle mura esterne e interne, e poi ancora le piante, gli alberi, gli animali, rappresentanti di una natura resistente e complementare all’urbanizzazione.
Finora ho sempre raccontato della mia vita, di episodi e storie comuni ad ogni giovane essere umano, per quanto già mi sentissi distante da molti.
Ma come si esprime, come si racconta questa bellezza che ho incontrato nel quotidiano?
Ecco io la risposta non l’ho trovata, e nel tentativo di tirarla fuori ho fallito a tal punto che, anziché godermela, mi sono sentito sopraffatto, invaso.
L’invasione ha il suo posto a sedere in immaginari ben diversi fra loro.
Dall’invasione militare a quella patogena, in generale è un’irruzione violenta e incontrastata di un gran numero di elementi in un certo spazio.
In questo caso, la mia mente è lo spazio, e l’incalcolabile numero di idee, desideri, pensieri, immagini, parole, video e avvenimenti è la forza d’invasione.
All’inizio sembra gestibile, ma quando diventano troppi, non riesci a farne uscire neanche uno, perché fanno blocco, e pur di liberartene velocemente vorresti farli uscire tutti insieme.
Spoiler: non si può.
L’altro giorno sono uscito di casa parlando proprio di questo (sì, la mattina, mentre cammino, parlo registrando un vocale solo per me stesso).
Ti replico il mio flusso di pensieri dalla porta di casa alla porta del treno:
“ma tu non ti senti invaso? come se un’indesiderata orda di…ogni cosa, belle, brutte, affascinanti, banali e stupide, interessanti ed uniche avesse deciso di entrare, qualcuna sbraitando, qualcuna di soppiatto, nella tua vita?
Anche qui: cammino per strada e la gente mi viene addosso mentre vado a prendere il treno, mi osserva con le mie cuffione mentre parlo a qualcuno, chissà cosa pensa, chissà se capisce che parlo al vento?… E a un iPhone, vabbé.
Ecco, anche in queste piccole cose mi sento invaso, e solo ora mi rendo conto che loro non mi stanno realmente invadendo: sono solo di passaggio. Mi attraversano lo sguardo e in quell’istante una piccola reazione di timore mi prende allo stomaco. Temo che invadendo il mio spazio io possa mostrare loro il mio invasamento: sono un invasato del parlare al mattino a me stesso per attivare i pensieri.
Quindi sono io il problema.
Sono io ad auto invadermi.
Si tratta del mio giudizio su di me, del mio amico Ema che mi dice:
“E ma, sei in ritardo per prendere il treno, stai zitto e corri” “E ma, hai dei capelli dimmerda stamattina, sistemati e prendi quello dopo” “E ma, perché non parli di ste cose nella tua newsletter?” “E ma, non pensi di camminare un po’ col bastone nel culo?”
E poi mi ci aggiungo io, che penso: “oh e poi di spazio per pensare alla bellezza non ce n’è più, perché penso che al posto di pensare a queste cose dovrei pensare alla bellezza, ma è un circolo vizioso che mi fa guardare sempre e solo il dito, e mai la luna.
Come un simpatico cagnolone qualunque.
Che poi dimmelo tu come si fa a non sentirsi invasi stamattina con tutta questa gente qui al bin…”
“Il treno regionale 2524, di Trenord, proveniente da Arona e diretto a Milano Porta Garibaldi, delle ore 7:58, arriverà con un ritardo previsto di 30 minuti”
Appunto.
Lo so, magari dopo aver letto tutto questo starai pensando: “sì ma quindi?”
Ecco, oggi il quindi non c’è. E quindi?
Quindi niente, ogni tanto va bene così.
Sono lettere il più possibile autentiche, e l’unico modo che ho trovato per buttare fuori dei pensieri e far evadere tutti gli altri è stato questo.
Ahhhh… che bello.
Ora sto molto meglio.
Ti consiglio di farlo anche tu, puoi scriverlo a mano, strappare il foglio o bruciarlo, puoi scriverlo nelle tue note del telefono e tenerlo per sempre con te, puoi fare…quel che ti pare, anche mandarlo solo a me. Anche in anonimo.
Sarà il nostro segreto.
Ciao, ti mando un abbraccio, ci risentiamo alla prossima Gallettera <3



