Qualcuno deve essere Robin
Sulle insicurezze, la personalità e l'individualismo
Lettera 3
For my English speaking friends, click here for the translated version.
Ciao!
Spero tu stia passando un buon periodo, personalmente ho appena finito di scrivere la tesi, e ho subito cominciato a lavorare su diversi progetti per questo lungo anno.
Non c’è stata una vera e propria pausa per riposarmi tra la prima e i secondi.
Mi è capitato spesso di riflettere sul perché, a un certo punto della mia vita, io abbia sperimentato una costante eruzione di desiderio di fare più cose possibili, spesso tutte insieme, ma solo poco tempo fa mi sono dato una parziale spiegazione, e credo possa essere un utile spunto anche per te.
Oggi voglio parlarne con l’ausilio di un amico e qualche canzone.
‘Namo.
Flashback
Avevo 13 anni, pochi amici, tante aspettative nello studio e una fastidiosa tendenza ad arrossire e tenere lo sguardo basso parlando con qualunque persona non fosse il mio migliore amico, Fede (che salutiamo!).
Poi i miei genitori hanno deciso di portarmi a provare il teatro, e qualcosa dentro di me si è aperto e acceso.
Finalmente sapevo di che colore erano gli occhi dei miei compagni di classe, persino dei professori!
Al liceo poi sono stato sempre attivo, coinvolto, ben inserito e - credo, spero - apprezzato da tutti.
Onestamente, per essere un quindicenne, mi sentivo davvero un figo.
Mi piaceva stare lì, in vista.
Così ho iniziato a postare qualche foto su Instagram, fino a registrare i primi video in diretta e le stories in cui facevo lo scemo, rispondendo a battute e domande che mi venivano poste nei box.
Mi accorgevo però che quando non postavo per un po’…stavo male.
Nonostante in classe o tra i corridoi della scuola andasse tutto molto bene, non mi bastava. Non mi sentivo visto da tutti gli altri, e il like di ciascuno di loro, per me, era la conferma del fatto che andassi bene.
Quando poi, negli anni successivi, l’apparenza e la presenza sui social fine a loro stesse non sortivano più l’effetto sperato, ho iniziato ad espormi pubblicamente dal vivo, prima come presentatore, e poi condividendo pensieri e idee, ma sempre con l’obiettivo di essere visto e capito.
Era come se ogni cosa che facevo non fosse abbastanza per me.
Poi è scoppiata la pandemia, e oltre alla necessità di essere visto, ho avuto anche il bisogno di sentirmi ancora insieme ai miei compagni di scuola.
Così ho iniziato ad impegnarmi nel giornalino del liceo, grazie al quale ho trovato la mia passione per la comunicazione.
Avevo appena completato la mia prima trasformazione: ero, forse per la prima volta, sicuro di me, mi sentivo realmente apprezzato a prescindere da quanto e cosa postassi, e canalizzavo le mie energie sul mio benessere, e sullo studio.
Al culmine di questo periodo mi fidanzo seriamente per la prima volta in vita mia… ma dopo poco tempo quella relazione si trasforma in un disastro.
Inizio a perdere tutto quello che avevo costruito, e dopo 9 mesi di tira e molla, tocco il fondo più basso della mia vita, dandomi però una spinta fortissima verso l’alto.
Avevo dentro di me la sensazione di aver sprecato 9 mesi di tempo, dovevo assolutamente recuperare.
Così, oltre allo studio, mi impegno al massimo in due progetti che stavano nascendo in quel periodo: Finanz e PoliticsHub.
Passerò tutta la mia quinta superiore e i miei anni di università a spendere gran parte del mio tempo diviso fra studio e lavoro per queste due realtà, che nel frattempo si sono sviluppate sempre di più.
Sono sicuro del fatto che l’impegno in queste due iniziative, dovuto anche alla mia insicurezza, poi evolutasi in passione e voglia di avere un impatto positivo sulle persone, mi abbia completamente cambiato la vita.
Da qualche tempo ho concluso il mio ciclo all’interno di queste realtà, cui sono legato solo formalmente, essendone ancora socio, ed emotivamente, per i ricordi e le amicizie.
Dopo mesi di distacco ho notato come aver vissuto quelle realtà e respirare quel tipo di cultura e filosofia di vita, per quanto mi abbia permesso di acquisire oggi grande fiducia in me stesso e mi abbia fatto provare emozioni indescrivibili, abbia anche rischiato di rendermi più individualista, triste e solo.
In qualche momento anche riuscendoci.
Musica.
Vogliamo essere tutti CEO?
Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli?
Tutti col numero dieci sulla schiena
E poi sbagliamo i rigori?Ti sei accorta anche tu
Che in questo mondo di eroi
Nessuno vuole essere Robin?
Cesare Cremonini, Nessuno vuole essere Robin
Vivere quelle realtà ha dato una missione, un senso alle mie fatiche.
Mi fatto percorrere una strada totalmente diversa da quella di tutti i miei compagni di scuola, fino al farmi iniziare a pensare di essere speciale.
(Wroooong!)
Nei momenti di fatica e difficoltà però, mi ha anche reso invidioso di certi titoli.
Per parafrasare Tedua, la mia insicurezza non si era trasformata in umiltà, ma in arroganza.
E senza che avessi fatto realmente nulla di straordinario.
Certo, avevo co-fondato una start-up di educazione finanziaria a 19 anni, avevo condotto più di 100 eventi in tutta Italia ed ero diventato rappresentante di facoltà nella mia università. Che bravo. E quindi?
Nei periodi più intensi, avevo iniziato a trascurare la mia famiglia e i miei amici, il mio fisico, il mio tempo libero, e indovina un po’ questo dove mi ha portato…
Mi sono lasciato influenzare da quella retorica motivazionale del cazzo “Vivi da protagonista”, “Sii il numero uno” “Non sprecare la tua vita”, finendo per credere, nei momenti di difficoltà o sconforto, che la felicità corrispondesse nell’avere un progetto o una start-up tutta mia, nel raccogliere soldi per farne 100 volte di più.
Nell’essere l’eroe, il vincitore, il glorioso condottiero.
Bazzicare un po’ questo ambiente mi ha fatto capire di non essere l’unico a crederci. La retorica è sempre la stessa, e finiamo per pensare che essere semplici aiutanti non sia sufficiente.
Vogliamo tutti il nostro ruolo da protagonista, anche quando non siamo pronti.
Perché vogliamo essere tutti CEO?
Qui dove i soldi a noi c’hanno reso solo
Formiche operaie e non
Liberi, non è vero un accidente
Non siam liberi per niente
Liberi, c’è sempre uno che ci sente
Che ci compra, che ci vende
Caleydo, Bassi Maestro, Willie Peyote (Lucio Dalla), La Grande Città
Momento intellettuale di sinistra?
Dai, facciamolo.
La paradossale ironia della sorte dei wannabe CEO è che risultiamo tutti uguali nel nostro desiderio di spiccare. Crediamo che questa scelta ci darà più libertà… in realtà siamo solo la massima espressione dell’individualismo capitalista. (Sembra che oggi mi sia risvegliato in Mark Fisher)
Non parlarne significherebbe essere ciechi al funzionamento del sistema.
E incapaci di uscire da questa trappola mentale in cui siamo iniziati a scivolare fin dalla nostra infanzia.
Tutto ci spinge verso l’individualismo. Social, pubblicità, storie di grandi imprenditori che hanno fatto i soldi…
Penso di aver attraversato tutti i livelli dell’individualismo, che sono andati crescendo di intensità, durante la mia adolescenza: prima l’apparire e il confronto con gli altri, poi la mia insicurezza è riemersa attraverso una relazione chiusa e tossica, che mi ha fatto terra bruciata attorno, e infine l’hustle culture in cui mi sono immerso negli ultimi anni.
Ci dedicherò una lettera a parte, ma se volessi approfondire il tema, ti lascio questo bellissimo video di Nova Lectio, che lo spiega nel dettaglio e offre ulteriori spunti di studio.
In questo mondo di eroi, *qualcuno deve essere Robin
Da qualche parte però i Robin esistono, e ho avuto la fortuna di incontrarne uno.
Ho chiamato Alessandro, una figura che in Finanz ho sempre ammirato per la sua capacità silenziosa di esserci sempre, ed essere sempre al posto giusto. Si è occupato di quasi tutto, dall’organizzazione del database su Notion al design dell’app, dai financial plan alla manovalanza ad ogni evento importante, e molte altre cose.
Lui c’è, ma tende a non farsi vedere, tanto che nell’ultimo annuncio sui giornali ha scelto di non figurare neppure tra i fondatori di Finanz, perché fondamentalmente non ne era in alcun modo interessato. Ecco cosa gli ho chiesto:
G: “come vivi l’idea di essere una colonna portante silente di Finanz?”
A: “È un po’ nel mio carattere. Sono sempre stato timido, ma con gli anni sono migliorato. Tu che mi conosci da un botto l’hai sicuramente visto: ora sono più estroverso rispetto a prima. Non sono il “Lorenzo Perotta di turno” che si butta a cannone ovunque (almeno per ora), però sono cambiato.
E poi se faccio le cose, te ne accorgi. Questo per me vale molto di più che vantarmi.
Mi dà soddisfazione sapere che quello che gli altri fanno, o quello che si vede, è gestito anche da tasselli che non si vedono. Tipo la Torre Eiffel: è gigante, tutti la guardano, ma ci sono quei piccoli componenti che nessuno si caga, però sono essenziali. Se ne togli un paio, crolla.”
G: “E il tuo rapporto con il “numero 1”, cioè Lollo, universalmente riconosciuto come il frontman? Come lo vivi? Da amico e da socio.”
A: “Ti dirò: secondo me è sempre stato uguale, il nostro rapporto. Anche perché se devo parlare con qualcuno non dico mai “è il mio capo”. È un mio amico con cui ho fatto una startup. È la prima cosa che penso.
Lo conosco da prima che nascesse Finanz. Durante la scuola non eravamo nemmeno super amici, è arrivato dopo. Poi è nato tutto. Da lì siamo sempre stati grandi amici, ci becchiamo quasi ogni settimana anche per motivi non lavorativi con altri amici. Per ora l’ho vissuta super bene.
Poi ti dico anche questo: quando c’è stato il round, Lollo mi ha scritto: “Avrei voluto che ci fossi anche tu nelle foto”.
Per me non conta un cazzo apparire, però il fatto che lui ci abbia pensato per me vale tanto. Vuol dire che c’è rispetto.”
Mi è piaciuto molto parlare con lui di queste cose, mi sono sempre chiesto come facesse a tenere sotto controllo l’ego, al contrario di me.
Un momento.
La senti anche tu questa leggera brezza?
Kaze 風 - buon vento dall’oriente
(Kaze風 significa “vento”)
Ammetto che uno dei motivi principali per cui scrivo queste newsletter è legato a questa sezione. Riesce a darmi sempre una prospettiva nuova e poetica sui temi discussi in precedenza, e spesso risolutrice.
In questo caso ho scoperto il concetto di Otagai (お互い): significa in senso letterale “reciprocamente”, e il messaggio che porta è più o meno questo:
Il mio valore si compie nel modo in cui contribuisco al tutto, non nel primeggiare.
Lo trovo un pensiero estremamente importante, che sempre meno mettiamo in pratica ma che dovremmo ritrovare.
Ora che sono in grado di dargli un nome, so di averlo incarnato in tutti quei momenti in cui non mi sono preoccupato del mio ruolo o della mia targhetta, ma solo e soltanto di costruire, insieme ai miei colleghi, compagni e amici, qualcosa di significativo per noi e per tutti coloro i quali lo avessero provato e incontrato.
Me ne sono allontanato invece quando esposto al confronto, alla FOMO e alla retorica individualista.
Quando volevo indossare la numero 10 sulla schiena, per poi sbagliare i rigori.
Ognuno di noi ha la possibilità di contare, anche senza essere un numero in una gerarchia.
Recentemente ho avuto il piacere di invitare e ospitare Marta de Vivo in università, persona di cui ho grande stima, e che in conclusione della sua intervista, ha detto:
“Se vuoi emergere nella vita, devi seguire il tuo istinto, perché questo ti porterà a fare ciò che è più tuo, e a diventare per questo il numero uno in quello. Altrimenti rimarrai sempre un mediocre”
Non tutti possono vestire la maglia numero 10, per quanto prestigiosa, ma ciascuno di noi può diventare un ottimo giocatore, nel suo ruolo.
Proprio per questo il valore vero emerge dalla somma dei nostri sforzi verso una direzione comune, mai dall’estro esclusivo di un singolo, per quanto importante, e sono felice di aver interiorizzato questa idea definitivamente.
Come detto all’inizio, probabilmente ho iniziato ad avere la necessità di mettermi in gioco in tante attività diverse per compensare la mia insicurezza di fondo. Da qualche mese a questa parte però mi sento evoluto e diverso: oggi non ho più il bisogno di essere a capo di qualcosa, mi basta esserci per gli altri, fare quelle cose che “se faccio, te ne accorgi”.
Non importa se davanti a tutti o senza che nessuno guardi.
Essere Robin è una scelta che facciamo tutti i giorni.
Oggi chi sarai?
Giacomo
P.s.
Se ti è piaciuta questa lettera, avrei un grande piacere a parlarne insieme davanti ad un caffé, a un lago, in chiamata, per messaggio…whatever.
Scrivo per proporre temi e riflessioni da discutere anche e soprattutto fuori da questi schermi, perciò ti aspetto :)



Che riflessione importante! ✨
In queste tue parole ho letto autenticità e tanta consapevolezza. Grazie per aver condiviso in modo sincero le tue esperienze, davvero di grande valore 🌻